Meditazioni sul Vangelo

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Il figlio prodigo

Il figlio prodigo (Lc 15, 11-32)

Questa parabola racconta e riassume in modo sorprendente la triste vicenda dell’umanità. Come il giovane che si allontana dalla casa paterna, perché lavorato nel profondo da un desiderio di “indipendenza”, così l’umanità sopporta male vivere secondo le leggi di Dio, e pensa che, vivendo a modo suo, le cose andrebbero assai meglio. Allora Dio, che non vuole costringere nessuno, lascia ognuno libero di cercare la felicità dove meglio crede.

Accade così che, confidando nelle proprie ricchezze e attratto dalla prospettiva di una libertà senza limiti, l’uomo si allontana sempre più da Dio. E più si allontana più respira a pieni polmoni, più gli si prospettano esperienze esaltanti, più è convinto di fare la scelta giusta. Dopo un lungo andare giunge in un paese lontano dove, finalmente svincolato da ogni legge divina, può vivere la vita come lui la intende. In un primo tempo le cose vanno assai bene, riesce a soddisfare tutte le sue voglie, è circondato da tanti amici, ogni giorno fa nuove esperienze, inventa nuove feste, ricerca nuove emozioni, nessun limite ostacola il suo crescente potere in tutti i campi. Non osservare le leggi di Dio gli dà la sensazione di essere più libero, meno represso, meno timoroso; i suoi sogni si realizzano, si sente appagato, si sente felice - almeno in superficie -.

Ma prima o poi tutti i nodi vengono al pettine; a poco a poco dense nubi compaiono all’orizzonte e una grande tempesta si abbatte su di lui. L’inizio della tempesta è caratterizzato da una crisi in cui l’uomo, come il figlio della parabola, scopre che le sue risorse non sono infinite, deve constatare amaramente che il capitale investito per cercare la felicità si è ridotto a zero senza aver ottenuto quanto sperava, nel profondo il suo cuore è inquieto e insoddisfatto; con che cosa lo nutrirà se ormai ha esaurito ogni esperienza e provato ogni emozione? Già a questo punto la situazione è critica, ma il Signore introduce nel racconto un elemento che contribuisce ad aggravarla ulteriormente: è la grande carestia che si abbatte sul paese; e l’uomo deve constatare che non solo non trova la felicità, ma non riesce nemmeno a vivere dignitosamente; se non ci fosse la carestia, potrebbe sperare nell'aiuto di qualche amico, ma in una carestia tutti sono nelle strettezze, così, anche questa possibilità gli è negata e la sua già precaria condizione si aggrava ancora. Nella parabola il figlio pensa che dandosi da fare potrebbe riuscire a cavarsela, e decide di cercare lavoro. Quello che trova non è un gran che, anzi, per uno abituato alla bella vita pascolare i porci è particolarmente umiliante, ma il colmo della disgrazia e dell'umiliazione è che nonostante l'impegno e la buona volontà non riesce a risolvere i suoi problemi, continua ad aver fame, e si rende conto che sta correndo il rischio di morire di fame. Così l’umanità, lontana da Dio, precipita sempre più in situazioni senza vie d’uscita, situazioni il cui esito naturale è la morte. Veramente gli uomini stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte (Lc 1, 79). Di fronte a questa prospettiva il figlio umiliato e disastrato indica l’unica via d’uscita possibile: Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati.

Ma prima di prendere questa decisione c’è un momento critico da superare, perché l’orgoglio e l’umiltà combattono nel cuore dell’uomo per orientare la scelta in un senso o nell’altro: umiliarsi e tornare a Dio, oppure abbandonarsi alla rivolta e alla disperazione. La situazione è tale che per uscirne bisogna ammettere di aver sbagliato tutto, e questo è molto duro per l’uomo orgoglioso, il quale, se non si lascia vincere dall’umiltà, non riconoscerà mai i suoi errori e non si avvierà mai sulla via che conduce alla casa del Padre. L’esito di questa lotta fra l’orgoglio e l’umiltà è il paradiso o l’inferno; e questo dramma, in cui è reale la possibilità dell’inferno, spiega la grande festa allestita dal Padre per un figlio che scampa dalla morte eterna. Se non ci fosse questo pericolo, non si spiegherebbe il paradosso di una festa in cui tutti servono il ritrovato figlio: chi portando il vestito più bello, chi mettendogli l’anello al dito e i sandali ai piedi, chi organizzando la musica e le danze, chi uccidendo il vitello grasso e imbandendo la tavola... tutta questa magnificenza sarebbe comprensibile se uno tornasse da una grande impresa, invece, quale grande impresa ha compiuto questo figlio? Quella di dilapidare le sostanze del Padre fino a rischiare di morire di fame per stoltezza e presunzione!

A meno che, agli occhi di Dio, sia una grande impresa riconoscere le proprie colpe, desiderare fermamente di ritornare a lui, accettare una giusta punizione: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Dio ama talmente l’umiltà che, probabilmente, una delle ragioni della creazione è poter contemplare l’umiltà di Gesù e di Maria; infatti, lei canta: Ha guardato l’umiltà della sua serva; e la serva imita il suo Signore mite e umile di cuore; ma perché ci potesse essere questo spettacolo Dio ha dovuto dire: “Voglio che esistano”. Così l’uomo compie una grande impresa quando, rinunciando all’orgoglio diventa umile e va a mettersi all’ultimo posto: Trattami come uno dei tuoi salariati; Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare (Lc 17, 10).

Nessuno è dispensato dalla lotta fra l’orgoglio e l’umiltà e dal rischio dell’inferno, anche il figlio maggiore, che ha fatto la scelta giusta rimanendo nella casa del Padre, è chiamato a decidere se lasciar prevalere nel suo cuore l’orgoglio o l’umiltà, la durezza di cuore o l’amore. Anche lui deve confessare di aver fallito, perché, dopo tanti anni nella casa del Padre, non ha compreso il suo cuore. Non sappiamo se in lui abbia prevalso l’orgoglio o l’umiltà, perché la parabola non dice se ha accolto l’invito del Padre a partecipare alla festa in onore del ritrovato fratello. Il ritorno del fratello e il comportamento del Padre sono per il figlio maggiore l’occasione di una prova; infatti, questo momento fa emergere cosa c’è veramente nel suo cuore.

Anche i buoni cristiani possono indurirsi: i duri e puri rischiano di compiacersi di essere tali, di diventare intransigenti, puntigliosi e ipocriti come gli scribi e i farisei; altri rischiano di compiacersi di essere equilibrati, accondiscendenti, non troppo rigidi, non troppo estremisti... e di diventare tiepidi. Tutti dovremmo riflettere che sono stati proprio i capi dei sacerdoti, gli scribi e i farisei molto osservanti a decretare la morte di Gesù, e il “popolo eletto”, sobillato da questi, ha gridato: Crocifiggilo! Il popolo ha potuto essere manipolato perché il suo amore per Gesù non era ben fondato, non dipendeva da una ricerca seria sul suo mistero, era un amore instabile e tiepido, ma la tiepidezza nei confronti di Dio è un disastro peggiore di chi ha divorato le sostanze con le prostitute. Il Signore ha parole terribili verso i tiepidi: Tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca (Ap 3, 15). Dio, che è amore incandescente, o riuscirà a incendiare il nostro cuore con il suo fuoco, oppure, chi gli avrà resistito dovrà bruciare in un altro fuoco.

Nei momenti decisivi della vita Maria ci ottenga di sconfiggere l’orgoglio e di far trionfare l’umiltà.


Nota: C'è anche uno sviluppo in tre parti di questa meditazione:

Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Brevi riflessioni

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Meditazioni

Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carità  del lettore perché vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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