Meditazioni sul Vangelo

Meditazioni sul Vangelo

Meditazioni sul Vangelo

Meditazioni sul Vangelo

La parabola degli invitati al banchetto di nozze - 2

La parabola degli invitati al banchetto di nozze - 2

Mt 22, 1-14 || Lc 14, 15-24

Il re cerca altri commensali

Giunti a questo punto dobbiamo costatare che nessuno di quelli che avevano un campo da lavorare o un affare da curare ha risposto allinvito, e il banchetto di nozze con i suoi cibi prelibati rimarrebbe senza commensali; ma il re non si arrende e dice ai suoi servi: La festa di nozze pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze. Linvito rivolto ad altri. Se gli occupati non lhanno accolto, ora linvito rivolto ai disoccupati, a coloro che stanno ai crocicchi delle strade e non hanno un campo da lavorare o un affare a cui pensare.

Chi il disoccupato? uno che, per vari motivi, o non ha ancora trovato un lavoro, oppure lha perso; in questultimo caso ha perso il contatto con la fonte da cui traeva le risorse per vivere lui e la sua famiglia, uno che si trova sempre a un crocicchio della strada, ossia non sa quale strada prendere per risolvere il suo problema, non sa quale strada prendere per trovare di nuovo una fonte di sostentamento, una fonte di vita per s e per coloro che ama. Inoltre, un disoccupato o non ha ancora trovato, oppure ha perso la dignit che un lavoro onesto d e di conseguenza vive in uno stato di vergogna e di angoscia dovuto allimpossibilit di guadagnarsi il necessario per vivere. Se lungo la via passasse qualcuno a offrire un lavoro sarebbe accolto come un salvatore. Ora, lungo la via non passa qualcuno a offrire un lavoro, ma passa qualcuno a invitare a una festa di nozze, e non a una festa di nozze qualunque, ma alla festa di nozze del figlio del re dei re.

Possiamo osservare qui qualcosa di tipico nei rapporti fra Dio e luomo, ossia che Dio generalmente non risponde alle nostre attese, ma ci sorprende proponendoci molto di pi di quello che noi desideriamo e speriamo dalla vita. Questo ci sbilancia, ci sconcerta e ci mette in difficolt, la difficolt di rinunciare ai nostri desideri per accogliere i suoi desideri, la difficolt di rinunciare alla nostra festa per aderire alla sua festa. Ora, proprio coloro che non hanno risorse per allestire una festa umana, rispondono allinvito degli inviati del re e si incamminano verso la festa divina. Coloro che non possono pi sperare in una festa della terra sono invitati a sperare nella festa del cielo; chi accoglie linvito entrer nella sala da pranzo del re, ossia nella sua intimit. Ecco perch il Signore proclama: Beati i poveri, beati gli afflitti, beati quelli che hanno fame e sete, beati quelli che piangono (cfr. Lc 6, 20-21; Mt 5, 4-6). Beati perch rischiano molto meno di altri di non rispondere allinvito del re.

Un invito accolto con poco entusiasmo

Un aspetto su cui conviene ora riflettere contenuto nel versetto: Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala di nozze si riemp di commensali (v. 10). Se coloro che stanno per le strade disoccupati accolgono linvito, non appare per che lo accolgano con molto entusiasmo, il loro atteggiamento piuttosto passivo. Questo fatto strano ed sottolineato in modo esplicito nella versione della parabola raccontata dallevangelista Luca. Il padrone che per la terza volta manda il servo a invitare alla festa dice: Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare (Lc 14, 23). Questo sta a indicare che cera negli invitati una certa indecisione, una certa resistenza ad accogliere linvito. Le reazioni allinvito del re che vediamo nelle parabole sono quindi: un rifiuto garbato o violento, oppure unaccoglienza tiepida o recalcitrante.

Come mai queste perplessit, come mai questa titubanza ad accogliere un invito alla gioia e alla festa? Penso che non dobbiamo trascurare o sottovalutare queste domande. Per cercare una risposta conviene esaminare chi sono coloro che rispondono allinvito nella versione della parabola raccontata da Luca. Dopo le scuse e il rifiuto dei primi invitati, il padrone dice al servo: Esci subito per le piazze e per le vie della citt e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi (Lc 14, 21), e dopo questa prima raccolta, ne vengono chiamati altri che sembrano essere ancora pi poveri, storpi, ciechi e zoppi, perch non stanno in citt ma per le strade e lungo le siepi come se, a causa del loro stato, si vergognassero pi degli altri a farsi vedere in citt. Possiamo allora individuare un motivo di perplessit o indecisione ad accogliere con entusiasmo linvito alla festa del re, proprio nella condizione disastrata in cui si trovano sia gli invitati della parabola di Matteo, sia quelli della parabola di Luca. Un disoccupato, uno che ha perso la dignit di chi si guadagna onestamente la vita, si sente spiazzato e fuori luogo in una festa di nozze regale, cos i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi di Luca, disastrati nelle finanze e nella salute si sentirebbero forse pi a loro agio presso qualche ente caritativo. come se gli invitati ragionassero in questo modo: Come possibile che io partecipi a una festa regale? Io che sono angosciato perch non riesco a guadagnarmi da vivere, io che sono povero, cieco, storpio, zoppo, io che non ho un abito decente e nemmeno posso permettermelo, io che non ho risorse per portare un regalo, come posso partecipare alla festa di un re in cui ci saranno nobili, ricchi, bella gente vestita elegantemente che avr onorato il re offrendo preziosi regali? Io non sono degno e non posso partecipare a una festa simile.

Secondo queste considerazioni c da chiedersi come abbiano potuto i disoccupati di Matteo e i disastrati di Luca seguire gli inviati del re e incamminarsi verso la festa! Le parabole, soprattutto quella di Luca, mettono in scena un formidabile contrasto fra il massimo della ricchezza e della bont nella figura e nelle iniziative del re, e il massimo di povert e deformit negli invitati; la situazione tale per cui umanamente impossibile per gli invitati rispondere degnamente allinvito del re.

Situazioni impossibili

Ancora una volta ci troviamo di fronte a un modo tipico dellagire di Dio. Quando Dio entra nella vita delluomo, luomo si trova coinvolto in situazioni impossibili. Di questo si trovano innumerevoli esempi sia nellantico sia nel nuovo testamento. Possiamo pensare alla storia di Abramo, alla liberazione di Israele dallEgitto, al suo cammino nel deserto, alla conquista della terra promessa, a tutta la storia di Israele fino alla venuta di Ges. E il nuovo testamento inizia ancora con le nascite miracolose di Giovanni Battista e di Ges e prosegue con le situazioni inverosimili in cui vengono a trovarsi Maria, Giuseppe, gli apostoli, i discepoli

Poi la parabola prosegue mostrandoci un altro fatto piuttosto strano, vale a dire che il re si presenta per esaminare gli invitati: per vedere se indossavano labito nuziale; ma come poteva un povero, un cieco, uno storpio, uno zoppo, un disoccupato, ossia gente che non sapeva come togliersi la fame, avere le risorse per procurarsi un abito nuziale? Eppure anche vero che non si pu partecipare a una festa di nozze vestiti da straccioni o con abito non adatto alla circostanza. Inoltre, la riunione di una moltitudine di poveri, ciechi, storpi, zoppi, non sembra essere unassemblea molto adatta a rendere piacevole una festa. Siamo sempre invitati a renderci conto di trovarci coinvolti in una situazione impossibile. Impossibile per un povero cieco avere un abito nuziale e impossibile partecipare a una festa di nozze regale senza di esso. Impossibile per un cieco, uno storpio, uno zoppo, rimediare alla propria disabilit e infelicit e impossibile che una festa sia una bella festa, sia il massimo della festa, se chi vi partecipa ha dei motivi di sofferenza. Impossibile per un povero avere qualcosa da offrire a un re e decisamente sconveniente presentarsi a una festa di nozze senza un regalo. Impossibile, per chi ha un campo da lavorare o un affare a cui pensare, rispondere allinvito del re.

Ora, per coloro che accettano di rendersi conto della situazione, per coloro che non cercano scappatoie e non si accontentano di teorie strampalate sul mistero della condizione umana, per coloro che accettano di macerare e di soffrire per limpossibilit di trovare una soluzione umana soddisfacente alla situazione in cui si trovano, il Signore prima o poi dar la sua risposta, offrir la sua soluzione e dir: Non temere, perch hai trovato grazia presso Dio e nulla impossibile a Dio (Lc 1, 30; 37). Il che significa che labito nuziale richiesto per la festa di nozze del figlio del re, abito che noi non possiamo permetterci, il re in persona dar disposizioni perch ci sia donato e che ogni nostra stortura, cecit, infermit, sar guarita perch possiamo partecipare con gioia al banchetto celeste. Questo confermato da quanto leggiamo nel vangelo.

Quando il figlio prodigo ritorna dal paese lontano alla casa paterna, porta con s la sua povert, la sua afflizione, il suo fallimento, non certo un abito decente per rientrare dignitosamente in casa sua; invece il padre che ordina ai servi: Presto, portate qui il vestito pi bello e fateglielo indossare, mettetegli lanello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa (Lc 15, 22-23). E ai dubbi di Giovanni Battista in prigione il Signore risponde: Andate e riferite a Giovanni ci che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri annunziata la buona notizia (Lc 7, 22). La buona notizia che, se vogliamo, tutti i nostri mali possono essere sanati e possiamo avere lonore e la gioia di partecipare al banchetto del Re.

Ma quale regalo possiamo mai portare noi alla festa di nozze del figlio del re? Secondo un pensiero di padre Molini possiamo portare tutto ci che abbiamo in abbondanza e che invece Dio non ha, vale a dire tutte le nostre povert, infelicit, deformit, cecit, ferite, debolezze, fallimenti ma in che senso tutto questo un dono, e un dono gradito a Dio? un dono perch offrendo a Dio le nostre malattie e povert, gli offriamo anche la possibilit e la gioia di guarirci e di colmarci con i suoi doni, gli diamo cio la possibilit di dare. Tuttavia, sempre secondo un pensiero di padre Molini, c anche qualcosaltro che possiamo portare come regalo, vale a dire tutti i nostri piccoli atti di fede, di speranza e di carit ma, perch siano possibili questi doni, necessario che ci sia un tempo sulla terra in cui siamo liberi di fare o non fare degli atti di fede, di speranza e di carit; pi tardi, questi atti che non abbiamo sempre voglia di fare, ma che tuttavia facciamo anche fra difficolt e contrasti, avranno valore di dono eterno, e Dio ci ringrazier per questi doni e ci dar come risposta il suo dono.

Ci che occhio non vide n orecchio ud

Ora tutto questo, prima di essere una beatitudine, un guaio e una complicazione unica. Il guaio che Dio vuole darci se stesso, la sua stessa vita, la sua stessa gioia, il suo stesso amore, vale a dire: quelle cose che occhio non vide, n orecchio ud, n mai entrarono nel cuore delluomo (1 Cor 2, 9). La complicazione sta nel fatto che noi viviamo in uno stato di contraddizione: da un lato, in profondit, il nostro essere stato pensato perch possa ricevere la capacit di vivere in Dio della sua stessa vita; ma da un altro lato, per vari motivi, ci troviamo impegnati a cercare la vita al di fuori di Lui, e nella misura in cui la nostra ricerca ha un qualche successo, consideriamo come nemici coloro che ci invitano alla vera vita e alla vera festa, perch aderire allinvito significa rinunciare a ci che noi consideriamo vera vita e vera festa.

Da un lato c levidenza incontestabile che dai nostri campi e dai nostri affari riusciamo a ottenere un po di vita e un po di festa, mentre dallaltro lato non evidente che la vera vita e la vera festa sia proprio in ci che occhio non vide, n orecchio ud, n mai entrato nel cuore delluomo (1 Cor 2, 9). Ossia, come possibile desiderare o disporsi ad accogliere ci che non vediamo, ci di cui abbiamo solo sentito parlare? Ascoltando i messaggeri del re e guardando il loro volto. Ma noi non crediamo che ci possa essere altra festa oltre a quella che possiamo procurarci coltivando i nostri campi e godendo dei profitti dei nostri affari. E siamo cos orgogliosamente fissati nelle nostre convinzioni e nella nostra incredulit, che gli inviati del re rischiano grosso se insistono a volerci persuadere che la mensa del re ormai pronta con ogni ben di Dio e che accogliere linvito per noi una grande fortuna che ci procurer grande gioia.

Allora, vista la situazione, Dio lascia che le cose seguano il loro corso e che alla fine si manifestino le conseguenze non proprio brillanti della nostra cocciutaggine. Se uno non vuol capire con le buone, si spera che capisca con le cattive. Infatti, la nostra cocciutaggine e il nostro orgoglio faranno di noi dei ciechi, degli storpi, degli zoppi, dei disoccupati, dei falliti ossia persone che, proprio perch disastrate, anche senza un grande entusiasmo, risponderanno forse in qualche modo allincredibile invito dei messaggeri del re.

Singolare paradosso

La parabola di Luca implacabile: solo i poveri, i ciechi, gli storpi, gli zoppi parteciperanno alla fine alla festa del re. E questo un formidabile paradosso perch: come un povero, un cieco, uno storpio, uno zoppo, ha unacuta e dolorosa consapevolezza del proprio stato, cos solo chi avr unacuta consapevolezza di essere indegno di partecipare alla festa, sar reso degno di parteciparvi dal Signore stesso. Ecco perch la Chiesa ci educa in questo senso facendoci dire a ogni messa: Signore, io non sono degno di partecipare alla tua mensa ma d soltanto una parola ed io sar salvato. Solo dopo queste parole possiamo partecipare alla mensa del re. Pi uno consapevole della propria indegnit, pi grande sar la sua gioia e il suo onore alla mensa del re. Lo dice il Signore, mostrando come allinvitato che va a mettersi allultimo posto poi assegnato un posto di maggior onore (cfr. Lc 14, 10). Mentre dei primi chiamati, che non avevano questa consapevolezza perch avevano escluso dal loro orizzonte la festa del cielo, il Signore dice: Gli invitati non erano degni (Mt 22, 8).

Una complicazione, un paradosso, uno dei misteri della condizione umana sta in questo: siamo invitati alla festa di nozze del figlio del re, ma la condizione per parteciparvi riconoscere dal profondo del cuore di esserne indegni.

Due volte indegni

La nostra indegnit poi composta di due aspetti: uno innocente, laltro dovuto al peccato. Per cercare di comprendere un po il primo aspetto possiamo aiutarci con la seguente similitudine. Immaginiamo che a una pastorella buona, umile e povera sia rivolto questo invito: Il re sta preparando una grande festa e anche tu sei invitata, dovrai imparare a danzare, a cantare le lodi e gli inni del re, dovrai imparare muoverti e a parlare con grazia alla sua corte. Ora, non una colpa per la pastorella essere povera, non colpa sua se non sa danzare, cantare, e non ha un abito adatto alla circostanza. Tutte le sue povert e inabilit la rendono semplicemente e innocentemente inadatta o incapace di partecipare alla festa. La pastorella, che non stupida, pi che onorata si sente confusa e imbarazzata dallinvito, perch ha lacuta consapevolezza della sua povert e indegnit.

Laltro aspetto della nostra indegnit molto pi grave ed dovuto al peccato, ossia al fatto di essere colpevolmente ciechi, storpi, zoppi La festa a cui siamo invitati la festa dellamore per Dio e per i fratelli in tutto il suo splendore, uno splendore capace di incantare e di riempire il nostro cuore per leternit. Ora, questa festa dellamore per cui siamo stati pensati - la gloria di partecipare alla vita stessa di Dio, lamore di Dio per noi - sono come una forza gravitazionale che durante tutto il corso della nostra vita, in molti modi, esercita su di noi la sua attrazione e il suo influsso, attrazione e influsso che tendono a staccarci dai beni della terra per orientarci ai beni del cielo, e a educare, perfezionare, purificare, aumentare il nostro amore per Dio e per i fratelli; a questattrazione e a questo influsso noi resistiamo pi o meno colpevolmente, e questo il nostro peccato, peccato che ci rende indegni di partecipare alla festa, e la cosa grave perch in definitiva resistiamo allamore di Dio per noi.

Tuttavia le parabole ci invitano a non disperare e ad accogliere linvito del re nonostante il nostro peccato, nonostante le nostre resistenze. In Matteo sono chiamati, infatti, sia i buoni sia i cattivi, e in Luca sono chiamati con insistenza i ciechi, gli storpi e gli zoppi che sono la figura del nostro peccato.

Un pericolo mortale

Se il peccato non un fattore decisivo per impedirci di partecipare alla festa del re, le parabole dicono anche chiaramente che in noi ci potrebbe essere qualcosa di tanto pericoloso da escluderci definitivamente dalla festa e dalla gioia di Dio. Infatti, a colui che non aveva labito nuziale il re dice: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; l sar pianto e stridore di denti (Mt 22, 13). E in Luca il padrone dice: Nessuno di quelli che erano stati invitati guster la mia cena (Lc 14, 24). Ci troviamo qui sulla soglia di un grande mistero sicuramente impegnativo per le forze umane, mistero in cui conviene avventurarsi con molta umilt e prudenza. Il Signore lo propone perch ci riguarda a tal punto che la nostra beatitudine eterna si gioca intorno a questo mistero. Si tratta della libert e del suo potere di dire a Dio un s o un no definitivo.

La parabola di Matteo mostra due modi di dire un no definitivo a Dio, il primo quello di coloro che non vogliono accogliere linvito alle nozze, e il secondo quello di chi, pur accogliendo linvito, non vuole per indossare labito nuziale. In questo secondo caso la severit della punizione dovuta al fatto che linvitato non aveva labito nuziale non perch non poteva permetterselo, ma perch ha rifiutato di indossare quello che gratuitamente gli era offerto. Questo confermato proprio dalla gravit della punizione, la quale sarebbe ingiusta se, senza sua colpa, linvitato non avesse potuto indossare labito nuziale.

una cosa cos difficile accogliere il dono di un abito nuziale? una cosa facile se uno umile, ma una cosa difficilissima o impossibile se uno orgoglioso. umile chi accoglie la verit quando la verit si manifesta, chi la accoglie anche se detta da altri, anche quando manifesta la propria povert o il proprio peccato. Lorgoglioso invece vuole fare della sua verit la misura di tutte le cose, non accetta una verit detta da altri che sia in contrasto con la sua verit, non accetta che essa manifesti la sua povert e il suo peccato. Ora, se uno accetta che la luce divina manifesti sempre pi chiaramente sia la propria povert sia il proprio peccato, non ci sono grossi problemi, perch accetter anche di essere spogliato del suo abito vecchio, logoro e inadatto per una festa nuziale, accetter di essere guarito dalle sue deformit, accetter di rivestire labito della festa che gli viene offerto e cos parteciper con gioia alla festa del re.

Se uno invece dice: Non ho peccato - Il suo peccato rimane (cfr. Gv 9, 41). Se uno dice: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla, non ho bisogno di cambiarmi dabito (cfr. Ap 3, 17) e se insiste in questa convinzione contro il parere dei servi del re che lo invitano a cambiarsi per poter partecipare alla festa, allora, contro la verit vuole fare della sua verit la misura di tutte le cose, ma siccome la Verit una sola e non quella del suddito ma quella del Re, il Re non potr che cacciare dalla sua casa chi dimostra tanta ostinazione.

Breve riassunto

Per riassumere un po le cose su cui stiamo riflettendo, potremmo dire che tutti coloro che accolgono linvito alla festa nuziale del figlio del re, prima di entrare nella sala da pranzo, prima di entrare nella gloria, devono superare un momento critico. Questo momento critico inevitabile per diversi motivi. Uno di questi che dobbiamo renderci conto della situazione; in questa situazione ci sono due aspetti che si contraddicono e sono irrisolvibili con le risorse umane: da un lato c linvito alla festa, il presentimento del suo splendore e della sua gloria e quindi il desiderio di parteciparvi; ma dallaltro lato - proprio a causa dello splendore che emana la dimora del Re, e pi gli invitati si avvicinano, pi aumenta anche in loro la consapevolezza di essere indegni di tale splendore - ecco la consapevolezza dei poveri, dei ciechi, degli storpi, degli zoppi.

Il momento non facile, anzi piuttosto disagevole perch ci si ritrova lacerati e impotenti. Coloro che accettano di essere lacerati e impotenti sono sulla buona strada, quella che render il loro cuore docile, contrito e umile. Chi ha un cuore contrito e umile riconoscer facilmente sia di non avere un abito adatto alla circostanza, sia le proprie storture, le proprie piaghe, le proprie disabilit chi ha un cuore contrito e umile accoglier con grandissima riconoscenza lofferta di un rimedio sorprendente a tutte le sue povert e sar reso degno di partecipare a una festa che non avr mai fine.

Ma chi non ha un cuore contrito e umile, chi orgoglioso, non riuscir a sopportare di intravedere nello stesso tempo lo splendore della festa e della gloria e limpossibilit di raggiungerla, non riuscir a sopportare lumiliazione di non poter fare niente per risolvere lo stato di contraddizione in cui si trova, lumiliazione di dover attendere, per un tempo che non dipende da lui, un rimedio che gli sar offerto da altri, non riuscir a sopportare che qualcuno gli dica: Le condizioni per entrare nella gloria non sono quelle che pensavi tu, ma sono quelle stabilite dal Re dei re, abbandona le tue convinzioni, lasciati spogliare del tuo abito vecchio, lasciati lavare e rivestire con labito della festa, labito che ti permetter di muoverti con eleganza alla corte del Re.

A questo estremo invito, la nostra libert ha il terribile potere di dire no, un no che esclude per sempre dalla festa della vita beata. Per evitare di giungere a tale estremo sommamente conveniente cercare le raccomandazioni del caso e chiedere con insistenza, senza stancarsi, il dono dellumilt e della docilit di cuore. Solo lumilt ci consentir di accogliere linvito e il cambiamento dabito che esso comporta. Solo lumilt permetter di sopportare leccesso di splendore, leccesso di vita, leccesso di amore che pesano su di noi. Grandi cose ha pensato per me lOnnipotente. La sua misericordia si compiace dellumilt della sua serva e si estende di generazione in generazione su coloro che lo temono (cfr. Lc 1, 48-50).

Brevi riflessioni

NOTA: se vuoi stampare le riflessioni verranno automaticamente esclusi: l'intestazione, le immagini, i menu e il pi di pagina.

Meditazioni

Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carit del lettore perch vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

NOTA: se vuoi stampare le meditazioni verranno automaticamente esclusi: l'intestazione, le immagini, i menu e il pi di pagina.