Meditazioni sul Vangelo

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Med. br79

Non siete capaci di portarne il peso (Gv 16, 12-15)

Durante l’ultima cena Gesù dice ai suoi discepoli: Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Eppure lo avevano seguito da vicino per tre anni, avevano ascoltato tutte le sue parole, avevano visto i suoi miracoli, avevano già appreso molte cose, erano stati testimoni della vita del Figlio di Dio ed era una ricchezza incalcolabile; ma per Gesù tutto questo sembra essere ancora poca cosa, come se quanto aveva detto e fatto per tre anni fosse solo un accenno rispetto alle molte cose che ha ancora da dire ai suoi, e quanto ha ancora da dire è talmente enorme, talmente pesante che: per il momento non siete capaci di portarne il peso. Queste parole, se non fossimo sordi, ciechi e muti, dovrebbero farci sospettare la grandiosità del progetto di Dio nei nostri confronti, questo progetto è un’opera trinitaria, dalla Trinità è stato pensato, dalla Trinità è realizzato, dalla Trinità sarà condotto a compimento; a noi è chiesto se sì, o no, vogliamo farne parte.

Accettare il progetto di Dio significa morire, non tanto fisicamente, quanto spiritualmente; il nostro io e la nostra volontà devono morire, perché sia fatta non la nostra, ma la sua volontà. La via è quella indicata da Giovanni Battista: Lui deve crescere; io, invece, diminuire (Gv 3, 30). L’importanza di tutti i miei progetti deve diminuire, l’importanza del progetto di Dio deve crescere; io non devo condurre, ma lasciarmi condurre; non devo fare, ma lasciarmi fare. Noi pensiamo in piccolo, Dio pensa in grande, e proprio la grandiosità del suo progetto di solito genera un malinteso, un’incomprensione fra Dio e noi, questa incomprensione dà origine a una lotta in cui nessuna delle parti vuole cedere, ma è bene per noi che sia Dio a vincere sulla nostra testardaggine e sulle nostre cecità. Il cardinale Giacomo Biffi nel commento al libro di Giona riassume bene la situazione: “Le esigenze divine sono troppo alte per la nostra mediocrità. Tutti i malintesi fra noi e Dio dipendono dalla sproporzione fra l’altissimo piano di Dio e le nostre modeste aspirazioni, noi ci accontenteremmo di tre locali coi servizi e lui ci propone le praterie sconfinate della vita eterna, e a noi questa proposta non entusiasma molto. Allora, come Giona, fuggiamo a Tarsis, che è il senso più profondo del nostro peccato: fuggire lontano dal Signore”.

Dice Gesù: Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 18, 3). Il bambino, rispetto alla realtà che lo circonda si sente inadeguato perché tutto è più grande di lui, ma questo non lo deprime, non lo sconforta, perché sa di poter contare sull’aiuto di coloro che gli vogliono bene. Così siamo noi rispetto al progetto di Dio, ci supera da tutte le parti: nella grandezza, nella bellezza, nella nobiltà, nell’estensione, nella profondità, nella durata…, è troppo grande per noi, e noi, come i bambini, ci sentiamo disadattati, inadeguati nei confronti del mistero in cui siamo immersi. Stando così le cose molti dicono: “Il progetto di Dio non mi interessa, preferisco qualcosa che sia alla mia portata”; ma chi accetta di convertirsi e di diventare come un bambino, allora, qualcuno si occuperà di lui, lo prenderà per mano e lo introdurrà nelle “praterie sconfinate della vita eterna”. Gesù ce lo assicura: Verrà lui, lo Spirito della verità, e vi guiderà a tutta la verità; inoltre, lo Spirito della verità: vi annuncerà le cose future. Cosa saranno mai tutta la verità e le cose future? Una possibile interpretazione è che le cose future sono relative alla gloria riservata a coloro che, guidati dallo Spirito della verità, giungeranno a contemplare tutta la verità: tutta la verità su Dio e sull’uomo, sugli Angeli e sui Demoni, sulla vita presente e sulla vita futura.

San Paolo dice che la grazia ci rende saldi nella speranza della gloria di Dio (Rm 5, 1), dunque il bene che dobbiamo sperare è la gloria di Dio, ma ciò che uno spera non è un bene presente, ma una cosa futura. Noi, appesantiti come siamo dalle cose del mondo, non desideriamo questa gloria, eppure tutto il piano di Dio ha come fine di farci partecipi di questa gloria, che non è una gloria umana, ma gloria di Dio. Il Padre ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo … a lode e gloria della sua grazia (Ef 1, 5-6); siamo chiamati a partecipare e a godere della gloria e della grazia di Dio in sé stesso; Gesù infatti dice che lo Spirito Santo mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà, ma Gesù non ha altra ricchezza, non ha altra gloria se non la sua relazione d’amore con il Padre, e questa sua ricchezza la vuole condividere con noi: prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà perché anche noi possiamo godere della sua gloria, gloria che lui aveva presso il Padre prima che il mondo fosse (Gv 17, 5).

Anche la preghiera: “Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo” ci educa e orienta verso la meta finale, verso il nostro destino eterno in cui: “il nulla canterà la gloria del Tutto”. Ma c’è un ostacolo, c’è un piccolo problemino, ed è che siamo molto, molto attaccati ai nostri “tre locali coi servizi” e questo ci impedisce, non solo di procedere speditamente verso la meta, ma anche di desiderarla, allora, in un primo tempo l’impresa trinitaria è di staccarci progressivamente dai beni di questo mondo, il che non sarà senza tribolazioni, dolori, angosce, turbamenti… San Paolo però ci incoraggia: Io ritengo che le sofferenze del momento presente non siano paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi (Rm 8, 18).

La Santa Vergine ci aiuti a desiderare la gloria per cui siamo stati scelti prima della creazione del mondo.

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Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carità  del lettore perché vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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