Meditazioni sul Vangelo

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Med. br149

Un invito rifiutato (Mt 22, 1-14)

invito

Secondo padre Marie Dominique Molinié op, il riassunto di tutta la rivelazione cristiana contenuta nelle Sacre Scritture è: “Dio offre all’uomo la sua intimità”. Da cui segue che il senso della vita sulla terra è rispondere sì o no a questo invito. A seconda della risposta seguirà un’eternità beata oppure un’eternità disastrata. Molti sono chiamati a comprendere con lucidità questo invito e le sue conseguenze, ma pochi gli eletti che veramente lo comprendono e consapevolmente lo accolgono. Questo è anche il riassunto della parabola degli invitati al banchetto di nozze raccontata sia da san Matteo, sia da san Luca.

Un racconto paradossale e drammatico

Il racconto del Signore ha un andamento paradossale e drammatico; gli eventi non si svolgono come in un normale banchetto di nozze organizzato dagli uomini. In generale, tutti sono contenti di partecipare a una festa di nozze in cui si può mangiare in abbondanza cibo prelibato, bere vini squisiti, cantare e stare allegri. È raro che qualcuno cerchi scuse per non partecipare, ma soprattutto, nessuno si sogna di malmenare o uccidere chi si presenta per invitare alla festa. Inoltre, tutti fanno del loro meglio per presentarsi con qualche regalo e con abito decente. Gli uomini cercano sempre pretesti per moltiplicare le feste, non per rifiutarle.

Come mai, quando a organizzare la festa è Dio le cose vanno in modo assai diverso? Come mai il dramma della violenza, dell’assassinio, della città che brucia e dell’esclusione dal banchetto dell’invitato indegno? Eppure ogni uomo desidera la festa e la gioia, ogni uomo desidera il massimo della festa e della gioia che è appunto una festa di nozze, la festa dell’amore. La parabola raccontata dal Signore descrive allora il dramma e il paradosso della nostra attuale situazione. L’uomo, in modo garbato o violento, rifiuta ciò che può renderlo beato per sempre, perché s’illude di poter costruire una vita significativa e felice con le sue sole risorse, ma rifiutare l’invito di Dio è andare incontro alla morte: Il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Parole dure, dette da Gesù, nel Nuovo Testamento! Con il rifiuto di Dio l’uomo perde sé stesso e tutto ciò che ha costruito.

Ci bastano le feste umane

L’invito alla festa è rivolto in due tempi. C’è un primo invito più discreto e un secondo più pressante ed esplicito. Del primo si dice solo che gli invitati non volevano venire. Perché non volevano venire? Forse per timidezza? O forse perché, data la loro condizione, non si ritenevano degni di partecipare a una festa regale? Se fossero stati questi i motivi, i servi inviati la seconda volta avrebbero dovuto dire: “Non abbiate timore, e la vostra umile condizione non sia di impedimento nel rispondere all’invito del re, il quale è potente, generoso, buono, e vuole rendere felici i suoi sudditi”. I servi invece dicono: “Il pranzo è pronto; sono stati preparati buoi e animali ingrassati, venite alle nozze!”; cercano cioè di invogliare alla festa mostrando l’abbondanza e la prelibatezza dei cibi, ma non c’è niente da fare, gli invitati non ne vogliono sapere di venire alla festa, e se ne vanno: chi al proprio campo, chi ai propri affari. Ed è come se dicessero: “Ci bastano le feste che prepariamo con i prodotti dei nostri campi e con le ricchezze che otteniamo dai nostri affari”.

Effettivamente, dai propri campi e dai propri affari l’uomo riesce a ottenere qualcosa per allestire una festa secondo i suoi gusti, ma, nel migliore dei casi, le feste degli uomini hanno due difetti e nei peggiori innumerevoli altri. Il primo è che anche nelle feste più riuscite rimane nel profondo del cuore un senso di insoddisfazione, un certo disagio, un certo vuoto che niente riesce a colmare. Il secondo difetto è che le feste alla fine finiscono, e anche se si moltiplicando le feste, col passare del tempo ci si accorge che esse mantengono sempre meno la promessa di felicità che sembravano assicurare.

Bisogna poi considerare che nel profondo del cuore umano c’è un bisogno di assoluto, un desiderio di qualcosa che sia veramente in grado di rispondere alla nostra fame e sete di vita, di verità e di amore. Ora, nessuna festa umana può rispondere a questo bisogno, ma se a causa della nostra cecità e stoltezza insistiamo a chiedere alle feste umane ciò che non possono dare, queste scivoleranno inevitabilmente verso eccessi, depravazioni, ricerca di sensazioni estreme, tradimenti, distruzione e morte.

La persecuzione degli inviati del re

I servi inviati la seconda volta ad alcuni davano così fastidio che: Presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Chi, in nome di Dio e in modo esplicito si presenta per invitare alla festa del Re, ci obbliga a rispondere con un sì o con un no; ma accettare l’invito significa nei fatti rinunciare alle feste degli uomini e mettersi in cammino verso il castello del re. Le motivazioni di chi non accoglie l’invito sono piuttosto misteriose e complesse, in parte consapevoli e in parte no, in parte colpevoli e in parte no. Il cuore dell’uomo è un abisso (Sal 63, 7 CEI 1974) ed è difficilmente guaribile (Ger 17, 9). Così la Scrittura ci invita a prendere atto del mistero che siamo e della situazione in cui ci troviamo.

Ora, più l’uomo è attaccato alle feste umane, meno è disposto ad accogliere un invito che comporta l’abbandono delle feste umane per dirigersi verso un’altra festa. Ecco perché il Signore dice: È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli (Mt 19, 24). Il ricco, infatti, crede di poter colmare con le ricchezze l’abisso del suo cuore. La situazione si fa drammatica nel momento in cui l’invito alla festa del re è colto come una contestazione del proprio modo di concepire la festa e la felicità. È come se gli inviati del re dicessero: “Dai vostri campi e dai vostri affari, mai riuscirete a ottenere ricchezze sufficienti per organizzare una festa come si deve, solo il nostro re ha risorse e ricchezze sufficienti per fare una festa degna di questo nome: con buoi, animali ingrassati, musica e danze; venite alle nozze!”. Ma l’uomo cattivo e orgoglioso sente minacciata la “sua festa” dalla festa del cielo e reagisce con durezza; questa può sfociare nella violenza e nell’assassinio.

Un chiaro esempio della verità di quanto detto, lo vediamo nella vicenda di Giovanni Battista. Il tetrarca Erode, che vive con la moglie di suo fratello Filippo, non riesce a sopportare i rimproveri di Giovanni, incomincia allora col metterlo in carcere, ma poi, proprio durante il banchetto del suo compleanno, lui e la sua concubina giungono all’estrema malvagità di farlo morire, nel disperato tentativo di continuare la “loro festa” senza essere contestati da quella scomoda voce.

Apparente ingiustizia

Possiamo considerare a questo punto l’apparente ingiustizia del re, il quale: Fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Solo alcuni fra i destinatari dell’invito maltrattano e uccidono gli inviati del re, quindi, ci si aspetterebbe che solo questi siano puniti, invece, oltre all’uccisione degli assassini, le truppe del re mettono anche a fuoco la loro città. È bene considerare allora che, se non tutti hanno ucciso, tutti hanno rifiutato l’invito, e la città data alle fiamme è per dire che non rispondere all’invito a nozze per dedicarsi ai propri campi e ai propri affari è tanto grave da meritare che la città in cui si vive sia bruciata.

Non rispondere all’invito degli inviati del re significa rifiutare l’invito alla vera vita, alla vera gioia, a una vita e una gioia che non finiranno mai. Dobbiamo allora sapere che non possiamo cavarcela facendo finta di niente. Possiamo non rispondere all’invito del re, perché per il momento stiamo bene così, perché dai nostri campi e dai nostri affari riusciamo a ottenere una vita piacevole e confortevole, ma verrà un giorno in cui la città in cui viviamo, ossia tutti i beni e tutte le relazioni da cui otteniamo benessere, protezione e conforto, si dissolveranno e andranno in fumo. Solo chi avrà risposto all’invito e sarà uscito dalla città, scamperà al disastro.

Il re cerca altri commensali

Finora nessuno ha risposto all’invito, allora il Re ordina ai servi: La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala di nozze si riempì di commensali. Non appare però che l’invito sia accolto con molto entusiasmo. Il fatto è strano ed è sottolineato in modo esplicito nel racconto di Luca. Il padrone che per la terza volta manda il servo a invitare alla festa dice: Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare (Lc 14, 23). Questo sta a indicare che c’era negli invitati una certa indecisione, una certa resistenza ad accogliere l’invito. Le reazioni all’invito del re sono quindi: un rifiuto garbato o violento, oppure un’accoglienza tiepida o recalcitrante.

In ogni caso, alla fine la sala di nozze si riempì di commensali, ma è bene considerare chi sono questi commensali, nella versione di Luca è detto molto chiaramente: conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi (Lc 14, 21). Ora, una riunione di poveri, ciechi, storpi e zoppi, non sembra molto adatta a rendere piacevole una festa. Inoltre, come facevano questi, che vivevano da poveri per le strade e lungo le siepi, a presentarsi a una festa regale con abito decente, o con qualche regalo per onorare gli sposi?…

Evidentemente il Signore sta mettendo in scena una situazione paradossale e impossibile. Impossibile per un povero cieco avere un abito nuziale, e impossibile partecipare a una festa di nozze regale senza di esso. Impossibile per un cieco, uno storpio, uno zoppo, rimediare alla propria disabilità e infelicità, e impossibile che una festa sia una bella festa, sia il massimo della festa, se chi vi partecipa ha gravi motivi di sofferenza. Impossibile per un povero avere qualcosa da offrire a un re, e decisamente sconveniente presentarsi a una festa di nozze senza un regalo. Impossibile, per chi si trova in queste condizioni, non vergognarsi del proprio stato in un banchetto regale, eppure gli invitati sono stati quasi forzati a partecipare. Inoltre, se questi sono i commensali, significa che il Signore sta descrivendo la condizione attuale dell’umanità di fronte a Dio, eppure, proprio questi poveri sono invitati a entrare nella sua intimità.

Sorprese finali

Solo dopo la dolorosa presa di coscienza della situazione in cui ci troviamo, le impossibilità si possono risolvere, e la soluzione è assicurata dalle seguenti parole: Non temere, perché hai trovato grazia presso Dio … nulla è impossibile a Dio (Lc 1, 30; 37). Questo significa che l’abito nuziale richiesto per la festa di nozze, abito che non possiamo permetterci, il re in persona darà disposizioni perché ci sia donato, non solo, ma ogni nostra stortura, cecità, infermità, sarà guarita perché possiamo partecipare con gioia al banchetto celeste. Vediamo in atto questo modo di operare nella parabola del figlio prodigo e in tutte le guarigioni operate da Gesù.

Rimane ancora una sorpresa. Uno degli invitati, un poveraccio come gli altri, è trovato senza l’abito nuziale; la reazione del Re verso di lui è severissima: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Come mai il Re è così severo? E la misericordia dov’è? La misericordia c’è già stata, ma è stata rifiutata, essa si era manifestata quando il Re ha fornito lui stesso, per tutti, l’abito nuziale, proprio perché nessuno se lo poteva permettere, ma uno solo non ha voluto indossarlo; infatti, per indossare l’abito nuziale fornito dal Re, ognuno doveva spogliarsi dell’abito sudicio e indecente che lo ricopriva. Traducendo l’immagine questa operazione comportava: il riconoscimento del proprio peccato, e il conseguente dolore, il sentirsi indegni della benevolenza del Re, accettare di indossare un’altro abito, fatto di rettitudine, di giustizia, di umiltà, di amore, di gratitudine per i doni ricevuti e per la gioia futura… L’invitato indegno ha rifiutato tutto questo, pretendeva infatti di partecipare al banchetto così com’era, senza dover cambiare il proprio abito, senza riconoscere la propria indegnità, come se fosse lui a stabilire le regole; proprio la sua arroganza, il suo orgoglio e la sua ostinazione giustificano la severità del Re, la quale non sarebbe altrimenti giustificata. Quanti, anche oggi, pretendono di partecipare alle cose divine senza dover cambiare i loro comportamenti, anzi, con un’arroganza indecente cambiano a piacimento i comandamenti, li adattano e li stiracchiano secondo le proprie esigenze, ed esigono pure che Dio li approvi. Ma: Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio (Gal 6,7).

Il brano di vangelo termina dicendo: Molti sono chiamati, ma pochi eletti. L’espressione è abbastanza misteriosa, tuttavia, un senso secondario potrebbe essere il seguente: molti sono chiamati a comprendere queste cose, ma pochi le comprendono; molti sono chiamati a comprendere il comportamento del Re, ma pochi comprendono veramente: sia la sua incredibile generosità che invita ciechi, storpi e zoppi, ossia noi, a entrare nella sua intimità, sia la sua severità verso chi non accoglie l’invito, o lo accoglie pretendendo di partecipare alla festa con abito indecente.

La Santa Vergine ci aiuti a comprendere il cuore di suo Figlio.

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Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carità  del lettore perché vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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