Meditazioni sul Vangelo

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Un'impresa trinitaria

Un’impresa trinitaria (Gv 14, 15-16. 23b-26)

Le parole della Scrittura in generale e quelle di Gesù in particolare sono di una profondità e di una fecondità tali che possono dare origine a molteplici riflessioni, connessioni con altri passi della Scrittura e interpretazioni più o meno pertinenti; la loro ricchezza è talmente grande che normalmente ci sfuggono un gran numero di possibili significati, accade come nel miracolo della moltiplicazione dei pani: Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste (Lc 9, 17). Gesù dona sempre più di quanto possiamo assimilare; il vantaggio della sua parola rispetto al pane materiale è che non ha scadenza, ciò che non riusciamo ad assimilare oggi riusciremo forse ad assimilarlo fra un anno, o fra dieci, e questo vale anche per la Chiesa, ma per la Chiesa dieci anni possono rappresentare dieci secoli. Qualcuno diceva che nella Scrittura ci sono ancora caverne inesplorate contenenti tesori che aspettano di essere scoperti.

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Qui Gesù dice che prima viene l’amore per lui e poi, solo dopo, l’osservanza dei “suoi” comandamenti: Se mi amate, osserverete i miei comandamenti, ma questa affermazione, in cui il verbo osservare è al futuro, sembra un po’ in contraddizione con quanto dirà più avanti: Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama (Gv 14, 21), qui il verbo “osservare” è al presente e l’osservare i comandamenti testimonia l’autenticità dell’amore per Gesù. Anche nella prima lettera di Giovanni l’osservanza dei comandamenti è al presente: In questo, infatti, consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti (1Gv 5, 3).

Per comprendere conviene considerare che ogni storia d’amore è dinamica e comporta una crescita che va dal meno al più, dal meno perfetto verso il più perfetto; quindi, all’inizio ciò che importa è subire il fascino di Gesù, e subirne il fascino è già un inizio di amore per lui, poi, la crescita nella sua conoscenza e nel suo amore comporterà necessariamente il desiderio di comportarsi come lui si è comportato, di vivere come lui è vissuto, di imitarlo in ogni circostanza, ossia di vivere secondo la sua dottrina e i suoi comandamenti. Purtroppo, una cosa è conoscere i comandamenti, altra cosa è praticarli; ma quali sono i suoi comandamenti? Potremmo dire che sono i dieci comandamenti della legge mosaica praticati con la massima perfezione, perfezione soprattutto interiore più che esteriore. Ad esempio, il primo comandamento: Non avrai altri dèi di fronte a me (Es 20, 3), forse lo pratichiamo comportandoci esteriormente da bravi cristiani, ma se osserviamo attentamente e onestamente il nostro cuore potremmo scoprire che insieme al vero Dio convivono diversi “idoli” ai quali sacrifichiamo tempo, energie, lodi, ubbidienza; così, esternamente osserviamo il comandamento, ma interiormente dobbiamo ancora fare parecchia strada per osservarlo come si deve. Analogamente per il comandamento non uccidere (Es 20, 13), esteriormente non uccidiamo nessuno, ma interiormente quante critiche, giudizi, durezze, calunnie, invidie, ostilità, disprezzo… ma Gesù ci dice: Chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna (Mt 5, 22). E questa verifica fra il comportamento esteriore e quello interiore va estesa a tutti i comandamenti.

Inoltre, ogni azione di Gesù, ogni suo atteggiamento, ogni virtù da lui praticata, rappresentano un esempio da accogliere e imitare; tutto in lui è amore per Dio e amore per il prossimo, per questo ci esorta: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati; e in lui l’amore raggiunge il vertice: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15, 12-13). L’osservanza dei comandamenti come Gesù la intende, l’osservanza dei “suoi comandamenti”, ha tutta l’aria di essere un’impresa impossibile e, onestamente, se non vogliamo barare, se non ci accontentiamo di parole vane per illudere noi stessi e gli altri, dobbiamo riconoscere che siamo molto lontani dal praticare ciò che Gesù ci chiede, tanto lontani da rischiare lo scoraggiamento; quando poi leggiamo: Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero (Mt 11, 29); oppure: I suoi comandamenti non sono gravosi (1Gv 5, 3), lo scoraggiamento aumenta ancora. Ma com’è possibile che delle parole destinate a incoraggiare aumentino lo scoraggiamento? Scoraggiano perché sembra esserci una contraddizione fra quelle parole e chi onestamente cerca di osservare i comandamenti; solo gli ingenui e coloro a cui importano poco sia i comandamenti, sia le parole di Gesù non si scoraggiano, ma chi fa qualche sforzo per praticarli e non vi riesce, e non vi riesce anche dopo ripetuti tentativi, allora un reale rischio di scoraggiamento c’è, perché il giogo di Cristo diventa pesante e i suoi comandamenti gravosi.

Penso che per risolvere il problema dobbiamo distinguere due tempi: c’è un tempo in cui i comandamenti sono gravosi e c’è un tempo in cui non sono gravosi, ma il primo tempo precede il secondo; prima dobbiamo sperimentare la nostra incapacità e la nostra miseria, poi, quando il Signore lo riterrà opportuno, verrà a sollevarci dalla miseria e renderà facile ciò che prima era difficile. Prima dobbiamo sperimentare che senza di lui non possiamo far nulla (Gv 15, 5), poi, come dice Paolo: Tutto posso in colui che mi dà la forza (Fil 4, 13). Senza Gesù, gli apostoli sulla barca faticano molto, ma non riescono ad avanzare per il forte vento contrario, il mare agitato e il buio della notte, poi Gesù li raggiunge camminando sulle acque, sale sulla barca e: subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti (Cfr. Gv 6, 16-21). Anche il salmista ci avverte: Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode (Sal 126, 1).

Dio è amore (1Gv 4, 8) e praticare la legge dell’amore, vivere d’amore, non è un’impresa umana ma trinitaria, infatti, il Padre manda a noi suo Figlio, il Figlio ci fa vedere come si ama, e lo Spirito Santo che il Padre e il Figlio ci donano, fa sì che anche noi diventiamo capaci di vivere d’amore. Potremmo allora interpretare così le parole di Gesù: “Non vi scoraggiate e non sia turbato il vostro cuore, se mi amate, osserverete i miei comandamenti, io pregherò il Padre ed egli vi darà un Consolatore che vi consolerà di tutta la fatica che fate per osservare i miei comandamenti, quando verrà a voi il Consolatore con i suoi santi doni saprete che il mio carico è leggero e i miei comandamenti non sono gravosi, perché senza la sua forza nulla è nell’uomo, nulla è senza colpa”.

Che la Santa Vergine ci aiuti a comprendere correttamente le parole di suo Figlio.

Brevi riflessioni

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Meditazioni

Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carità  del lettore perché vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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