Meditazioni sul Vangelo

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Meditazioni sul Vangelo

Di questo voi siete testimoni

Di questo voi siete testimoni (Lc 24, 46-53)

Luca termina il suo vangelo raccontando l'ascensione al cielo di Gesù avvenuta verso Betania; e le ultime parole sono come un'indicazione della meta che tutti ci attende, sono come un augurio con cui l'evangelista vuole congedare il lettore: con grande gioia - i discepoli - stavano sempre nel tempio lodando Dio. Che il Signore conceda anche a noi, al termine della vita, di stare sempre nel suo tempio a lodare Dio con grande gioia, nella santa Gerusalemme, dove il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio (Ap 21, 22).

L'uomo che aveva gravemente peccato contro Dio era stato cacciato dal paradiso terrestre, e il cielo per lui era chiuso; con Gesù che sale al cielo, dopo aver pagato per noi ogni debito d'amore verso il Padre, il cielo è nuovamente aperto, ma per giungervi dobbiamo seguire Lui, che solo conosce la via avendola già  interamente percorsa, via che va dalla tribolazione presente alla gloria del Cielo.

La vicenda umana, il mistero del dolore, la nostra storia, le parole di Dio contenute nelle Scritture, il suo amore per noi, la nostra libertà, sono cose di una complessità  enorme e noi, se ci pensiamo, non capiamo molto proprio di ciò che nella vita importerebbe capire di più; per questo ci servono gli aiuti della Grazia, e il Signore li elargisce a più riprese a coloro che dimostrano buona volontà  e fedelmente lo seguono. Infatti, proprio nel contesto dell'ascensione, benché gli apostoli lo avessero seguito per tre anni, Gesù, solo allora, aprì loro la mente per comprendere le Scritture (Lc 24, 45), come se la predicazione che avevano ascoltato in quegli anni non fosse stata sufficiente. Ma non bastava ancora perché raccomanda loro: Restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto. Lo Spirito Santo doveva venire a completare l'opera: lui vi insegnerà  ogni cosa, vi ricorderà  tutto ciò che io vi ho detto, e vi guiderà  alla verità  tutta intera (Gv 14, 27. 26; 16, 13).

Poco prima di separarsi visibilmente dai suoi amici, prima di benedirli e salire al cielo, Gesù ricorda in sintesi ciò che devono testimoniare al mondo intero, sono quattro fatti di cui gli apostoli erano appena stati testimoni: i patimenti e la morte di Gesù, la sua risurrezione, la necessità  della conversione, e il perdono dei peccati. Queste sono come quattro fondamenta su cui deve poggiare la predicazione della Chiesa. Di testimone in testimone queste verità  saranno proclamate fino alla fine del mondo.

Cristo patisce e muore proprio perché gli uomini, non convertiti, voltando le spalle a Dio accumulano cataste enormi di peccati, ossia di offese fatte a Dio in cambio del suo amore, e le offese all'amore di Dio generano l'inferno sulla terra. Gesù piagato, agonizzante e morente sulla croce, proietta sullo schermo della storia le ripercussioni del peccato sul cuore di Dio. Durante la passione, i discepoli erano stati testimoni di fatti inimmaginabili, ossia della Morte che mette a morte la Vita, del colpevole che mette a morte l'Innocente, dell'Odio che prevale sull'Amore. Ma dopo la passione erano stati testimoni anche della vittoria di Gesù sul peccato e sulla morte. Gesù aveva inoltre proclamato che il peccato, per quanto grandi possano essere i disastri che provoca, può essere perdonato se il suo riconoscimento è accompagnato dal pentimento e da una volontà  sincera di non più peccare.

I santi sono uomini che, strettamente uniti a Cristo, vincono l'orrore del peccato in sé e attorno a sé, testimoniando nella loro vita la vittoria della Luce sulle Tenebre. Un testimone fra tanti è padre Kolbe. Negli ultimi giorni della sua vita ha riprodotto in modo particolarmente eloquente il mistero della morte e della risurrezione; mentre moriva agiva in lui il mistero della risurrezione. Il 28 maggio 1941 padre Massimiliano Kolbe, francescano polacco, giunge nel campo di concentramento di Auschwictz. Quest'uomo è abitato da qualcosa che desta l'ammirazione di molti, ma ad altri dà  fastidio. Un testimone ha detto: "Kolbe era un principe in mezzo a noi". Verso la fine di luglio viene trasferito nel blocco 14; da qui un prigioniero fugge e i nazisti condannano altri dieci prigionieri a morire di fame e di sete. Tra questi un padre di famiglia si dispera pensando alla moglie e ai figli. Padre Kolbe esce dalle file e si presenta al comandante del campo, si toglie il berretto e si mette sull'attenti. Il comandante lo insulta e gli chiede cosa vuole. Lui, indicando l'uomo disperato dice: "Sono un sacerdote cattolico polacco, sono anziano, voglio morire al suo posto perché egli ha moglie e figli" (dott. Wlodarski). Il comandante, stupefatto, rimane per un momento in silenzio, poi accetta lo scambio. Il padre di famiglia è salvo e padre Kolbe si avvia a testimoniare ai suoi nove compagni la forza di un amore e di una vita che provengono da colui che ha detto: Io sono la via, la verità  e la vita, abbiate fiducia; Io ho vinto il mondo (Gv 14, 6. 16, 33); queste parole si dimostrano vere anche ad Auschwictz.

Dal blocco della morte non si sentono, come di solito, grida di disperazione, ma canti e preghiere. Quando le SS aprono la porta del bunker non possono fare a meno di incrociare lo sguardo di padre Kolbe, ma non lo possono sostenere, i suoi occhi, "incredibilmente penetranti", destabilizzano, inquietano, una luce misteriosa li mette in presenza della verità, allora sbraitano: "Guarda il pavimento, non noi" (Bruno Borgowiec, interprete).

Dopo 14 giorni, padre Kolbe è ancora vivo e lucido; perciò, le SS decidono di uccidere lui e i pochi sopravvissuti con un'iniezione di acido fenico. Padre Kolbe tende il braccio all'ufficiale medico e gli dice: "Lei non ha capito nulla della vita... l'odio non serve a niente... solo l'amore crea!". Le sue ultime parole sono: "Ave Maria", era il 14 Agosto.

Lo sguardo di padre Kolbe era un atto di accusa per i nazisti, quello sguardo diceva loro: "Voi siete dei mostri...!!!", ma non diceva solo quello, diceva anche che se avessero riconosciuto di essere tali, un amore più grande del loro peccato avrebbe potuto salvarli. I nazisti in presenza di quello sguardo, che li inquietava e li inchiodava alle loro responsabilità, dovevano decidere chi aveva ragione: la loro durezza o la dolcezza di padre Kolbe. Il momento era critico e grave perché la loro scelta avrebbe avuto conseguenze eterne. E non potevano non scegliere, lo prova il disagio che sentivano in presenza di uno sguardo che anche a loro chiedeva di lasciarsi vincere dall'amore.

Di santi come padre Kolbe abbiamo bisogno come dell'aria per respirare, perché più l'umanità  si allontana da Dio più sarà  afflitta dalle conseguenze dolorose di questa lontananza e più gli uomini avranno bisogno di testimoni abitati dalla dolcezza divina per non cadere nella disperazione.

Maria, regina degli angeli e dei santi, li faccia sorgere anche per il nostro tempo.

Brevi riflessioni

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Meditazioni

Consapevole che le meditazioni proposte non sono che incerti balbettii, faccio appello alla carità  del lettore perché vengano accolte con benevolenza. In fondo, davanti a Dio, siamo tutti dei bambini bisognosi di imparare a parlare l'unica lingua che si parli nel suo Regno, la lingua dell'amore.

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